Coxartrosi: Scongiurare la protesi è possibile

2019-02-06T09:32:17+00:00 Da |Categorie: Rassegna Stampa|

Innanzitutto, cos’è l’artrosi?

Si tratta di un processo degenerativo a carico delle cartilagini dei capi articolari in rapporto fra loro all’interno di una capsula articolare. La cartilagine serve a mantenere l’attrito ridotto al minimo, mentre la capsula articolare ha funzione protettiva ed è solitamente caratterizzata dalla presenza al suo interno di un lubrificante che consente di preservare la cartilagine. In caso di coxartrosi (artrosi all’anca), si avverte inizialmente una sofferenza causata da un eccesso di compressione e iniziale usura della cartilagine che, se molto accentuata e avanzata, può arrivare a intaccare muscoli, tendini, legamenti e perfino il tessuto osseo circostante. (Raggi & Cupietti, 2000) (Raggi & Majocchi, 2004)

I casi di dolori all’inguine o all’articolazione dell’anca sono in costante aumento anche nella popolazione giovane e vengono riferiti già a partire dai 40 anni. Si parla nello specifico di:

  • coxartrosi primitiva/idiopatica/essenziale quando le cause scatenanti non sono note;
  • coxartrosi secondaria quando si manifesta come la risultante di alterazioni morfologiche dei vari componenti che andando a modificare nel tempo funzione e carico dell’articolazione ne provocano un’usura precoce (casi più diffusi: displasie congenite, coxe vare adolescenziali, vecchi traumi del bacino, fratture femorali, lussazioni, ecc…). (Raggi & Cupietti, 2000)

Come mai la cartilagine, una struttura creata dalla natura per durare almeno 100 anni, si usura in tempi così brevi?

Un fattore rilevante a questo proposito è lo stile di vita odierno, sempre più spesso causa di forte stress. Lo stress si traduce in ipertensione muscolare, che se protratta nel tempo, porta le persone a non essere più in grado di rilassarsi, decontrarsi, nemmeno respirare senza ansia e dunque lasciarsi andare. Se ad una condizione già di per sé di ipertono si aggiungono traumi e cattive abitudini posturali, si potrà comprendere come anche questi fattori aggiuntivi andranno a sommarsi ai sistemi di difesa dal dolore, generando tensioni antalgiche e, nel tempo, detrazioni e fissazioni muscolari in accorciamento. (Raggi & Majocchi, 2004) Quando un muscolo si accorcia, esso determina delle forze di compressione sugli elementi cartilaginei e scheletrici delle strutture capsulari. Questo meccanismo è abbastanza intuitivo per muscoli con inserzioni sugli elementi scheletrici dell’articolazione interessata, come glutei, ileo psoas, adduttori, ecc.; lo è meno invece per muscoli topograficamente lontani, ma che possono comunque determinare forze di carico sulle articolazioni attraverso i sistemi delle catene muscolari. Un esempio è dato dal diaframma, che arriva con i suoi pilastri fino alla zona lombare, dove si colloca in stretta relazione con lo psoas, formando con questo forma un braccio funzionale unico. Ecco come gli stress emotivi e le problematiche del diaframma potrebbero ripercuotersi sull’anca tramite la continuità con lo psoas.

Rinforzare l’articolazione o limitare il movimento?

Quello che spesso viene consigliato in caso di artrosi all’anca, nonostante il paziente riferisca dolore, è di fare tonificazione e movimento per potenziare l’articolazione. L’intelligenza del corpo, tuttavia, in caso di dolore, tenderebbe a ridurre al minimo i movimenti per via del suo istinto di conservazione. Chi ha ragione?

Il corpo è intelligente e sa cosa è meglio per sé, per questo ha ragione lui quando tenta di ridurre il movimento per diminuire sia il dolore che la distruzione cartilaginea. (Raggi & Majocchi, 2004) Rinforzare strutture già irrigidite e coattate da anni di adattamenti posturali porterà come unico risultato un rafforzamento delle “compressioni”, delle “storture” e delle “cattive abitudini”, amplificando anche gli eventuali danni causati da queste ultime. Anziché restituire libertà alle articolazioni, si creeranno in questo modo ulteriori compensi e rigidità.

Proposte di trattamento classico

Tra le possibilità terapeutiche attuali vi è l’uso di farmaci trofici per la cartilagine, come l’acido ialuronico, i cui effetti non sono ancora ben noti e che viene usato solo in casi di danni cartilaginei di bassa entità; sta inoltre prendendo sempre più piede la strada chirurgica, con interventi di artroprotesi. Si tratta tuttavia di proposte di trattamento lontane dal concetto di prevenzione e che potrebbero non essere ugualmente adeguate per tutti, specialmente in pazienti molto giovani e nelle fasi iniziali della patologia. (Raggi & Cupietti, 2000)

Come agire quindi?

Per prima cosa sarebbe opportuno comprendere la storia dei traumi del paziente, capire da dove e in che modo si è creata una situazione conflittuale. Quindi iniziare ad allentare le tensioni all’interno dell’anca, responsabili dell’erosione cartilaginea ad ogni tentativo di movimento. Data comunque la peculiarità di questo approccio, non si può pensare di trattare localmente senza tenere adeguatamente conto di tutta l’interazione tra gli anelli muscolari che compongono le numerose catene muscolari.

Questo particolare trattamento proposto dal Metodo Raggi®, inoltre, agendo in globalità, impedisce di attuare compensi muscolari antalgici durante le fase di decoaptazione con l’allungamento muscolare globale decompensato. (Raggi & Cupietti, 2000) Un intervento ad azione mirata e circoscritta unicamente all’area dell’anca non potrà dare risultati stabili e duraturi, che si avranno invece quando le retrazioni responsabili delle coattazioni verranno risolte nella loro globalità. Un aspetto peculiare di questo approccio è il suo essere modellato sulla singola persona: non vengono adottati protocolli standardizzati, ma è sempre il paziente, con i suoi tempi e le sue possibilità, a dettare ritmi e intensità del lavoro. Già dopo 3-5 sedute si potranno apprezzare cambiamenti positivi: la mobilità migliorerà, i dolori diminuiranno e aumenterà di conseguenza la voglia di muoversi. Numerosi casi trattati con il Metodo Raggi® (allungamento muscolare globale decompensato) hanno recuperato tutte le funzioni ordinarie, eliminando i dolori e soprattutto scongiurando quella che ad oggi sembra essere la “via” più diffusa, ossia la protesi.

Bibliografia di riferimento:

Raggi, D., & Cupietti, M. (2000, gennaio-febbraio). Una proposta per allontanare la protesi. Ortho 2000, p. 33-36.

Raggi, D., & Majocchi, G. (2004, settembre). Artrosi dell’anca – Una proposta in ambito posturologico. Il Massofisioterapista, p. 16-19.

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